Donne del Sud tra disuguaglianze strutturali e stereotipi

Emerge, ancora oggi, da tutte le indagini e le ricerche, un’Italia spaccata in due, con disuguaglianze non solo tra donne, bambini e bambine rispetto alla popolazione di sesso maschile, ma anche una disuguaglianza territoriale tra Nord e Sud del Paese che naturalmente acuisce ancora di più la disuguaglianza di genere.

Come ha recentemente sostenuto il Governatore della Banca d’Italia Visco “La distanza (del Mezzogiorno) rispetto al resto dell’Italia è la più grande distanza tra un’area in via di sviluppo e un’area sviluppata nell’ambito dell’Unione Europea. Probabilmente il reddito pro capite sarà la metà del resto del paese”.

Nel Sud l’occupazione non è solo sempre più scarsa che nel Nord, ma anche sempre meno intensa in termini di ore lavorate, sempre meno stabile e sempre meno qualificata. E la crisi prodotta dalla pandemia sta accentuando sempre di più le disuguaglianze.

Il divario nella diffusione del part time involontario da 3 punti percentuali è cresciuto a 4 punti e quasi un quarto delle poche donne occupate nel Mezzogiorno (appena il 32 per cento) lavora a tempo parziale involontario, contro poco più del 17 per cento delle molto più occupate donne delle regioni settentrionali (il 64 per cento, quasi in linea con la media europea).

E mentre il Nord e il Centro-Ovest riescono ad assicurare buoni e/o sufficienti livelli di inclusione per donne e popolazione under 18, garantendo condizioni di vita che si avvicinano a quelle di altri paesi europei, la parte meridionale dell’Italia si sta allontanando sempre di più.

Figura 1 – divario occupazionale tra regioni italiane

Fonte Eurostat 2019

Le cause del gap sono innumerevoli, possono trovarsi negli stereotipi, nell’ambito dell’istruzione, nell’offerta dei servizi, nell’offerta del lavoro e nell’organizzazione del lavoro.

Gli stereotipi culturali sono ancora molto persistenti nella nostra società e purtroppo da tutte le ricerche effettuate si rileva come questi siano molto più forti al sud rispetto al resto d’Italia.

Nell’indagine che l’Istat diffonde per la prima volta il 25 novembre 2019 su: “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale”,nel quadro dell’Accordo di collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio, emerge che lo stereotipo più comune è quello inerente al successo nel lavoro; infatti il 32,5% delle persone tra i 18 e i 74 anni si dichiara molto o abbastanza d’accordo sull’affermazione che per l’uomo, più che per la donna, sia moltoimportante avere successo nel lavoro. L’opinione che gli uomini siano meno adatti a occuparsi dellefaccende domestiche è il secondo stereotipo (31,4%), seguito dalla convinzione che sia soprattutto l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia (27,9%). Il 58,8% della popolazione (di 18-74 anni), senza particolari differenze tra uomini e donne, si ritrova in questi stereotipi, più diffusi al crescere dell’età (65,7% dei 60-74enni e 45,3% dei giovani) e tra i meno istruiti.

Gli stereotipi sono più frequenti nel Mezzogiorno (67,8%), in particolare in Campania (71,6%) e in Sicilia, e meno diffusi al Nord-est (52,6%), con il minimo in Friuli Venezia Giulia (49,2%).

Ma anche la dimensione educativa ed economica è fortemente penalizzante nel Mezzogiorno.

“I divari tra territori sono particolarmente marcati nella dimensione educativa per i bambini e le bambine, con picchi di dispersione scolastica che sfiorano il 20% in alcune Regioni del Sud (contro il 10,6% della media europea) e in quella economica per le donne: in Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna circa due donne su dieci sono a rischio povertà ed esclusione sociale, mentre in Sicilia lo è una donna su due”.[1]

E, purtroppo, esiste ancora un divario territoriale nell’istruzione di genere.

Certo la ricerca ci restituisce un dato positivo: il divario di genere nell’istruzione si è progressivamente ridotto nell’arco dei decenni, fino a cambiare segno: oggi le donne tendono ad essere più scolarizzate degli uomini; è meno probabile che abbandonino precocemente gli studi e che ripetano l’anno scolastico; inoltre raggiungono più spesso della media un’istruzione di livello terziario, universitario o superiore.

Ma, anche in questo caso, la crescita ha avuto un andamento molto differenziato tra le diverse aree del paese. Tra 2004 e 2017 la percentuale di donne con diploma o laurea è cresciuta di 16 punti al nord, di 15,4 nel centro, mentre al sud si registra una crescita più contenuta (+11,5 punti).

Nell’arco del periodo considerato, gli aumenti maggiori si sono registrati in Toscana, passata dal 49,3% di donne diplomate al 68,7% (+19,4 punti percentuali). A seguire le tre regioni del Triveneto (Veneto +19,2 punti; Friuli Venezia Giulia +19; Trentino Alto Adige +17,8).

Le maggiori regioni meridionali invece registrano gli incrementi più contenuti, rimanendo agli ultimi posti per percentuale di diplomate e laureate. In Calabria le donne con almeno il diploma sono aumentate meno di 9 punti (dal 46,4 al 55,3%). In Sicilia e in Puglia l’aumento è stato di poco più di 10 punti, dato che le pone agli ultimi posti nella classifica 2017, con appena la metà di donne diplomate o laureate.

Le regioni con meno diplomate sono anche quelle con la minore occupazione femminile.

Tutto ciò pone problemi di due tipi. In primo luogo, la disparità tra donne e uomini che dal campo dell’istruzione si trasmette a quello del lavoro. In secondo luogo, è un problema di povertà educativa sia per le famiglie, costrette a contare solo su un solo reddito sia per le opportunità che vengono offerte alle bambine e alle ragazze rispetto ai propri coetanei. Un altro problema di fortissimo impatto per il futuro del Sud è la fuga di cervelli: secondo Svimez, l’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, nel 2017 circa 167 mila cittadini/e hanno cancellato la propria residenza nel Mezzogiorno; un terzo di loro è laureato/a.

Ma accanto al tema dell’istruzione c’è anche quello della conciliazione via lavoro. La conciliazione delle esigenze di vita e di lavoro, come è noto, è un’area critica per il nostro Paese ed ha ripercussioni pesantissime sull’occupazione femminile. Il costo dell’adattamento del lavoro agli equilibri familiari ricade più sulle donne: quando occupate, il 38,3 per cento (42,6 per cento se con figli da 0 a 5 anni) delle madri modifica orario o altri aspetti del lavoro mentre i padri lo fanno in misura molto minore (rispettivamente 11,9 per cento e 12,6).[2]

Se sono insufficienti i servizi di conciliazione (asili nido e servizi integrativi), è chiaro che l’occupazione femminile ne risentirà. 

Ed anche in questo settore si rileva che non sempre né dappertutto sono garantiti nidi e servizi per la prima infanzia di qualità e a costi accessibili (dovrebbero essere gratuiti e rispondere ad un’esigenza più educativa che assistenziale). I posti disponibili nei nidi e nei servizi integrativi pubblici e privati corrispondono mediamente al 12,3% del bacino potenziale di utenza al Sud e al 13,5% di quello delle Isole, contro una media nazionale del 24,7% (anno scolastico 2017/2018). Una dotazione ben al di sotto dell’obiettivo del 33% fissato per il 2010 dal Consiglio europeo di Barcellona del 2002 per sostenere la conciliazione della vita familiare e lavorativa e promuovere la maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro. Il Nord-est e il Centro Italia hanno tassi di copertura decisamente più alti, 32,5% e 32,4% rispettivamente, segue il Nord-ovest con il 29,2%. Nella Figura 2 si può notare che le 5 Regioni che hanno superato l’obiettivo del 33% sono tutte regioni del Nord e sono regioni anche in cui l’occupazione (e la natalità) sono più elevate.

Figura 2 – Posti pubblici e privati nei servizi socio-educativi per la prima infanzia per regione. Anno scolastico 2017/2018 (per 100 bambini di 0-3 anni)

Fonte: Istat, Indagine Istat su asili nido e servizi integrativi per la prima infanzia

Il costo dei nidi, inoltre, contribuisce, insieme ad altri fattori, a condizionare la scelta dei genitori. Le tariffe di iscrizione, infatti, non sono basse: mediamente la spesa sostenuta dalle famiglie che usano il servizio di asilo nido, pubblico o privato, è 1.996 euro all’anno. Un dato che trova conferma nelle informazioni tratte dai bilanci dei Comuni che riportano, come compartecipazione delle famiglie alla spesa per un bambino iscritto nei nidi comunali, un importo annuo medio di circa 2.000 euro.

E, purtroppo la propensione a usare il nido che si è registrato comunque negli ultimi anni avviene soprattutto laddove la diffusione delle strutture è consolidata e allorché il reddito familiare è alto, dunque nelle regioni del centro nord dove una famiglia può contare su due salari.

In questo quadro sarebbe stata molto importante l’attuazione del progetto 0/6 anni[3] che riconduce gli asili nido da servizio a richiesta individuale a servizio educativo e dunque gratuito.

Di qui l’altra amara realtà: le donne, davanti all’impossibilità di conciliare lavoro e famiglia, abbandonano il lavoro a seguito di maternità (37.000 le donne che nel 2019 hanno abbandonato il lavoro a seguito di maternità[4].

Liberare il potenziale femminile, valorizzare le energie, e competenze di cui le donne sono portatrici, implica, da una parte, la messa in campo di un sistema integrato di servizi e interventi atti a favorire la condivisione e dall’altro la promozione di una diversa organizzazione del lavoro, basato su una forte flessibilità, sui risultati più che sulla presenza e su strumenti aziendali che prevedano misure di work life balance e welfare aziendale e su congedi più estesi di maternità/ paternità e parentali.

Purtroppo i luoghi di lavoro, in particolare al Sud, sono invece ancora fortemente organizzati su modelli rigidi. E, dunque, la sfida egualitaria pur rimanendo centrale, non può essere perseguita senza che prima si raggiunga una maggiore equità nel costruire le condizioni che consentano tanto alle donne quanto agli uomini di compiere le proprie scelte riguardo la maternità (e la paternità) e il lavoro. Con l’attuale normativa che ancora dedica un residuale congedo di paternità, con i pochi servizi di cura e con un’organizzazione del lavoro rigida, è chiaro che l’occupazione delle donne al Sud risulti ancora una chimera per molte.

“La crescita delle diseguaglianze e delle povertà mette a rischio la democrazia inclusiva e partecipativa, la quale presuppone sempre un’economia e un mercato che non escludono e che siano equi. Si tratta, allora, di vincere le cause strutturali delle diseguaglianze e della povertà.” [5]

La questione, quindi, della riduzione delle condizioni di disuguaglianza strutturale e di povertà in particolare al Sud è la nuova questione sociale che interpella tutti e che chiede, soprattutto alla politica, una risposta urgente, seria, complessa: garantire i diritti e il bene di tutti, donne e uomini.

Gli effetti della pandemia Covid 19 sulle donne

La crisi epidemiologica si è, dunque, innestata su un quadro già caratterizzato da forti disuguaglianze non solo di genere, ma anche tra nord e sud del Paese.

La rivista scientifica The Lancet, in un articolo firmato da Clare Wenham (London School of Economics and Political Science), Julia Smith (Simon Fraser University) e Rosemary Morgan (Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health) intitolato “Covid 19: gli effetti di genere nell’epidemia” scrive:  «L’esperienza derivante da epidemie passate – come Sars, Ebola, Aviaria, Zika– mostra quanto sia importante saper integrare un’analisi di genere negli sforzi di prevenzione e di risposta, per migliorare l’efficacia degli interventi sanitari e promuovere obiettivi di equità di genere e di salute». Tutte le epidemie precedenti hanno dimostrato che “nel dopo” aumentano le disuguaglianze e, purtroppo, le donne sono le persone più esposte.

Sono la quota di popolazione che ha il carico della cura informale delle famiglie e che ha pagato in maniera maggiore le misure destinate a fronteggiare l’emergenza: con scuole chiuse e servizi assistenziali ridotti al minimo, si sono fatto carico più del solito della gestione di bambini, anziani, malati. Questa crisi ha esasperato l’idea che dove non arriva lo Stato, la politica si affida a quell’Istituzione che ha da sempre funzionato: la Famiglia.

Il risvolto in cui si sono trovate le donne lavoratrici è stato pesantissimo, totalmente schiacciate dai tripli/quadrupli turni: il turno del lavoro pagato svolto in home working (sono arrivate alle Consigliere di parità le prime denunce di violenza psicologica operata da parte dei datori di lavoro), il turno domestico della cura (della casa, dei figli), il turno dell’istruzione dei figli (la didattica a distanza ha impegnato moltissimo le mamme), il turno dell’accudimento di persone malate, disabili o anziane, se conviventi. Tutto ciò ha prodotto affaticamento e stress notevolissimo.

Purtroppo anche nel caso dell’home working e della didattica a distanza ci sono state grandi differenze territoriali rispetto all’utilizzo di Internet. La chiusura della scuola di ogni ordine e grado seguita alla diffusione del virus ha rappresentato un motivo di forte difficoltà per le famiglie e un canale di amplificazione delle diseguaglianze a sfavore di donne e bambini, in particolare nel Mezzogiorno anche per l’accesso alla banda larga e agli strumenti per la didattica a distanza e per l’home working.

Il Trentino Alto Adige, il Veneto e il Lazio sono le regioni con la percentuale più elevata di famiglie dotate di connessione a banda larga. I divari si riscontrano anche tra comuni di diversa ampiezza demografica: nelle aree metropolitane i tassi di accesso alla banda larga raggiungono il 78,1% mentre nei comuni fino a 2mila abitanti tale quota scende al 68,0%.

La Puglia e la Calabria sono le regioni con la quota più bassa di utenti connessi a internet (rispettivamente il 59,7% e il 60,1%). In generale nel Centro-Nord il 70,6% della popolazione ha una connessione a banda larga, contro il 62,5% del Mezzogiorno. Inoltre, l’uso di Internet è caratterizzato da un divario di genere a favore degli uomini: il 71,7% contro il 64,2% delle donne.

La mancanza di dotazioni informatiche adeguate, inoltre, si presenta diseguale sul territorio e rispetto allo status socio-economico della famiglia di appartenenza. La percentuale di ragazzi che non ha né un computer né un tablet a casa raggiunge nel Mezzogiorno il 19 per cento (a fronte di un 7,5 per cento nel Nord e 10,9 per cento nel Centro), e aumenta al decrescere del livello di istruzione dei genitori, arrivando al 25,6 per cento se nessuno dei due è andato oltre la scuola dell’obbligo. Lo svantaggio territoriale aumenta se combinato con quello in termini di status socio-economico: oltre un terzo dei ragazzi che vivono nel Mezzogiorno in famiglie con basso livello di istruzione, infatti, non ha un computer o tablet a casa, mentre la stessa percentuale scende al 3,5 per cento quando almeno uno dei due genitori è laureato, il divario per istruzione è più contenuto nelle altre aree del Paese.[6]

L’epidemia COVID 19, dunque, ha disvelato tutta la fragilità del nostro sistema Italia, partendo da quei diritti che, dal 2008 in poi, una politica fatta di austerità e tagli ha di fatto compresso.

E così, dal diritto all’Istruzione, al diritto alla Salute, al diritto al Lavoro dignitoso e alla condivisione vita lavoro, che significa anche più servizi di qualità, c’è stato spesso negli anni passati un gioco al ribasso: chiusura di ospedali, assenza di presidi medici territoriali vicini alle persone, medicina di genere ignorata, classi sempre più numerose, assenza di strutture di conciliazione vita lavoro di supporto alla cura, lavoro sempre più precario e sottopagato.

Durante il lockdown e nelle successive fasi c’è stata, e permane ancora oggi, la netta sensazione di una debolezza strutturale del mercato del lavoro che aggrava soprattutto la posizione delle donne alle prese con problemi di conciliazione e rinuncia al lavoro.

I dati pubblicati il 3 giugno dall’Istat su occupati e disoccupati in aprile confermano i pesantissimi effetti dell’emergenza Covid-19 sul mercato del lavoro in generale e sulle donne in particolare.

Diminuisce, rispetto al mese precedente, il tasso di occupazione femminile (-0,7 punti percentuali) e quello di disoccupazione (-2,6 punti), mentre cresce quello di inattività in misura del +2,3 punti. Una dinamica simile, anche se in misura più contenuta interessa anche gli uomini con un calo del tasso di occupazione (-0,7 punti) e disoccupazione (-1,1 punti); aumenta anche per gli uomini tasso di inattività pari al +1,6 punti. Il dato dell’inattività, in particolare, ci fa pensare all’incertezza sul prossimo futuro che porta allo scoraggiamento.

Da poco prima che esplodesse l’emergenza in febbraio, fino al punto più basso della recessione a fine giugno, in Italia sono scomparsi 598 mila posti di lavoro (752.000 in meno tra giugno 2020 e giugno 2019) con uncalo dell’attività economica di oltre il 17% rispetto ai livelli di un anno fa. E tutto questo è avvenuto nonostante la strategia del governo di utilizzare pienamente la cassa integrazione per tutti i tipi di imprese, con un utilizzo che nei primi sei mesi del 2020 superiore di quasi dieci volte allo stesso periodo di un anno fa e il blocco dei licenziamenti. In realtà le due misure in parte hanno funzionato, soprattutto se raffrontiamo ciò che è accaduto in Italia con ciò che è accaduto negli Stati Uniti. Lo U.S. Bureau of Labour Statistics rileva che il numero degli occupati negli Stati Uniti è crollato dell’8,7% fra marzo e giugno, l’Istatregistra che in Italia il calo fra febbraio e giugno è stato del 2,57%. La cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti in questo hanno avuto l’effetto desiderato dal governo, nonostante si registrasse sul piano del fatturato il collasso più drammatico della nostra storia (oltre 150 miliardi di euro). 

Il problema è che i costi della crisi sono distribuiti maggiormente sui giovani e sulle donne.

Il numero di lavoratori di 50 anni e oltre in Italia è persino in questi mesi salito (più 0,33%). Oggi in Italia ci sono circa trentamila occupati over 50 in più rispetto all’inizio della pandemia, aumento determinato dal vincolo della pensione a 67 anni (Legge Fornero). Nel frattempo ci sono 330 mila donne e 330 mila giovani (fino a 34 anni) occupati in meno. Intanto il tasso di occupazione femminile torna al 48,4% rispetto al 50% del 2019, con punte più basse nel sud.

I motivi di questo squilibrio sono da ricercarsi soprattutto nel fatto che il blocco dei licenziamenti ha protetto soprattutto chi ha un contratto a tempo indeterminato, facendo sì che il taglio dei costi si facesse evitando di rinnovare i contratti precari molto diffusi fra le donne e i più giovani. 

E così che, mentre la recessione del 2008 ha penalizzato più gli uomini (i settori colpiti erano soprattutto le costruzioni e l’industria), questa crisi coinvolge settori in cui le donne sono particolarmente presenti, come nella ristorazione, nel turismo, nella moda, nel settore del benessere, nel commercio al dettaglio. Eppure durante il lockdown le donne sono state decisamente in prima linea, non solo nell’emergenza sanitaria (due terzi degli operatori sanitari erano donne), ma anche nel sociale (in particolare nelle attività di assistenza agli anziani), nella filiera alimentare, nell’istruzione e in casa.

I “lavori essenziali” hanno visto le donne impegnate quotidianamente, costituendo una “barriera contro la morte”. Tuttavia, lì dove si prendevano le decisioni (comitati e task force) le donne erano assenti. E questo ha contribuito a varare alcuni provvedimenti (come la chiusura delle scuole) che non hanno tenuto in nessun conto l’impatto di genere delle politiche adottate.

La ripartenza, fin dal 4 maggio, è stata complessa, molte donne e molti giovani sono rimasti a casa. Il commercio e il settore della ristorazione hanno richiesto una riorganizzazione dello spazio fisico che per i piccoli ristoranti e per negozi dell’abbigliamento, dell’artigianato, del benessere, sono stati considerati quasi non più redditizi. “Questi settori, tra i più dinamici negli ultimi anni sono caratterizzati da bassi requisiti iniziali di capitale fisico, capitale umano e competenze. Per questo motivo hanno svolto tradizionalmente il ruolo di “settore cuscinetto” che assorbe giovani e donne spesso lavoratori/lavoratrici meno qualificati che non trovano impiego in altri settori. [7]

Il rischio maggiore, che va evitato assolutamente, è che chi era fragile lo sarà di più, chi viveva in modo precario vedrà aumentare la sua precarietà. E, dunque, il Mezzogiorno e le donne sono ancora più a rischio.

La Crisi può generare opportunità per il Sud e per le Donne!

Le grandi crisi sono anche opportunità per migliorare il nostro paese e il benessere delle donne e degli uomini che vivono in Italia, a patto che si ripensino i pilastri portanti di un modello organizzativo che, come abbiamo visto, era già prima “escludente” e non efficiente e che l’emergenza Covid19 sta comunque rimettendo in discussione. 

Le donne, se da una parte sono tra i soggetti più deboli del mercato del lavoro, perché alle donne sono ancora oggi prescritti tutti i principali compiti della cura, nello stesso tempo si trovano in una posizione privilegiata per identificare le strategie che potrebbero consentire, in questa crisi sanitaria, sociale, economica, di produrre innovazione.

Le donne hanno dimostrato in questi mesi resilienza, capacità e competenze di grandissimo rilievo.

Si parta da questo allora e si provi a individuare e rafforzare le competenze femminili utili per una Ri-costruzione del Paese in ottica di genere[8], perché la ripresa potrà avvenire solo se sapremo avvalerci di solide competenze. E le competenze femminili sono un’opportunità di cui tenere conto, a differenza di quanto si è fatto sinora.

In periodi di profondo ripensamento saranno soprattutto preziose quelle soft skills che sono una riconosciuta caratteristica delle donne, quelle competenze trasversali fatte di flessibilità, adattabilità, problem solving, capacità di ascoltare, l’abilità di entrare in empatia con il/la proprio/a interlocutore/trice, una predisposizione all’organizzazione di persone e di processi, l’abilità di creare gruppi di lavoro che funzionano, la capacità di sostenere lo stress o quella di saper svolgere più attività contemporaneamente.

La globalizzazione, la tecnologia, l’espansione delle reti di scambio e commercio, l’automazione e l’aumento dell’intelligenza artificiale e nello stesso tempo la richiesta di sostenibilità e di lavoro green stanno cambiando il mercato del lavoro a ritmi rapidi e disomogenei in tutto il mondo. E le ragazze troveranno una drammatica discrepanza tra competenze possedute e posti di lavoro disponibili e in più dovranno affrontare anche discriminazioni e pregiudizi sociali che invece non incontreranno i loro coetanei. 

Oltre le soft skills, è necessario che le ragazze si attrezzino sul piano delle competenze fondamentali: competenza linguistica e matematica, competenza almeno di una seconda lingua, competenza digitale (nel prossimo futuro, dice uno studio dell’Unione europea, 9 lavori su 10 richiederanno competenze digitali (e purtroppo le donne non sono ancora pienamente cittadine digitali), competenza in materia di cittadinanza attiva (è importantissimo conoscere i propri diritti in quanto donne e sapere a chi rivolgersi in caso di discriminazioni sul lavoro).

L’Agenda 2030 sullo Sviluppo sostenibile chiede un impegno serio verso le nuove economie (green economy e blu economy) e nuovi lavori al fine di avere “un miglioramento del benessere umano e dell’equità sociale, riducendo al contempo in modo significativo i rischi ambientali ed i deficit ecologici”. E le donne su questi temi sono sicuramente più sensibili.

Per questo sarebbe necessario formare le giovani donne nello sviluppo di competenze innovative a sostegno delle nuove economie. Dalla rigenerazione urbana, all’economia circolare, alla nuova agricoltura sostenibile, al green new deal per la mobilità, quante occasioni di nuova e buona occupazione per le donne![9]

È un settore in cui risulta significativa la presenza delle donne con una domanda di competenze green, come sottolineato anche dall’OCSE[10], che «proviene essenzialmente da tre fattori:

a)  le greener economies necessitano di upgranding e riqualificazione professionale;

b)  nuove o emergenti attività economiche richiedono nuovi o rinnovati profili professionali;

c)  i cambiamenti strutturali dei sistemi economici creano il bisogno, per alcuni settori in   declino, di ritrovare competitività puntando sulle green skills».

E d’altra parte, tutta la nuova programmazione europea e gli stessi finanziamenti della Next generation UE puntano su green e digitale.

Dare sostegno economico e formativo all’imprenditorialità femminile e giovanile su questi temi sarebbe di grande aiuto, visto che in Italia, 1.340.000 imprese sono guidate da donne: il 22% del totale, cresciute negli ultimi 5 anni a un ritmo molto più intenso di quelle maschili (+2,9% vs +0,3%), con un aumento in valore assoluto più del triplo (+38.080 vs +12.704). Tuttavia, la pandemia ha bloccato questa crescita (-10.000 le iscrizioni di nuove aziende guidate da donne tra aprile e giugno rispetto allo stesso trimestre del 2019), a testimonianza del fatto che il peso più rilevante in quelle fasi difficili è ricaduto e ricade sulle spalle delle donne.[11]

La competenza, la creatività, l’intelligenza, la passione delle donne costituiscono un’ulteriore occasione per promuovere sviluppo sostenibile. E, d’altra parte, la sostenibilità non può prescindere dalla valorizzazione di quel capitale umano la cui esclusione dal mercato del lavoro pesa negativamente sulla crescita del mezzogiorno d’Italia.

Ma insieme ad istruzione e formazione di nuove competenze per nuovi lavori, sarà anche necessario ripensare agli orari e ai modelli dominanti nel mondo del lavoro rivedendo la vecchia organizzazione e mettendone in campo una nuova. In questo senso, diventa, innanzitutto, necessaria un’organizzazione del lavoro che sia funzionale alla produttività delle imprese (soprattutto nel Sud molto bassa), ma anche alle famiglie e soprattutto non metta in campo misure discriminatorie per le donne.[12] È dimostrato, infatti, che la discriminazione delle donne da parte del datore di lavoro “non paga”: le imprese che discriminano perdono su più fronti, perché assumono “il genere sbagliato” e/o il numero sbagliato di lavoratori, indebolendosi rispetto ai concorrenti con un coefficiente di discriminazione femminile più basso.[13]

Se si riesce a trovare “l’incastro positivo” tra le esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici e le necessità produttive delle imprese, si possono ottenere vantaggi per tutti, duraturi nel tempo. Le aziende innovative che utilizzano modelli organizzativi realmente flessibili, magari con riduzione dell’orario di lavoro,[14] che mettono in pratica uno scambio virtuoso tra interventi che migliorano la conciliazione tra professione e vita privata e il benessere del personale, anche con misure di innovazione organizzativa, registrano una collaborazione attiva dei lavoratori/lavoratrici all’aumento della produttività del lavoro e alla riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto. Infatti, come testimoniano le esperienze[15] di aziende in cui sono state adottate misure di riorganizzazione della produzione e soluzioni di flessibilità oraria, gli effetti positivi sono ampiamente documentati sia in termini economici (riduzione dei tassi di assenteismo, riduzione degli scarti di produzione, riduzione dei tempi di lavorazione, ecc.) sia in termini di benessere dei lavoratori e delle lavoratrici (maggiore soddisfazione, maggiori opportunità di scelta nell’organizzazione del lavoro, maggiore autonomia). Senza dimenticare che in molti casi le Aziende accompagnano tali misure a piani di welfare che sono generalmente ricchi di servizi a favore delle famiglie (contributi per asili nido, organizzazione dei centri estivi durante la chiusura delle scuole, borse di studio, ecc.), piani che accompagnano i diversi bisogni delle donne e degli uomini nelle diverse età della vita.

L’esperienza ci insegna che coniugare produttività e benessere è possibile e soprattutto che proprio in un momento di crisi e di scarsa crescita, puntare sul welfare e sulla conciliazione vita lavoro come strategia di motivazione del personale e di miglioramento del clima aziendale porta risultati in termini di maggiore produttività. 

Per realizzare tutto questo è, però, necessario sostenere e incentivare la contrattazione di 2° livello che anche in questo caso vede profonde differenze territoriali. Secondo i dati forniti dal Ministero del Lavoro e Politiche sociali, alla data del 15 luglio 2019 sono state compilate 48.457 dichiarazioni di conformità redatte secondo l’articolo 5 del Decreto Interministeriale 25 marzo 2016 – relativo alla detassazione dei premi di produttività- presentate con la procedura prevista dallo stesso ministero per il deposito telematico dei contratti aziendali e territoriali, che permettono la detassazione del salario di produttività e/o del welfare aziendale in virtù della normativa prevista dal 2016 e tuttora vigente.

Prendendo in considerazione la distribuzione geografica per sede legale delle aziende che hanno depositato le 48.457 dichiarazioni, il 78% è concentrato al Nord, il 16% al Centro il 6% al Sud; si tratta di un dato esattamente coincidente con il precedente, relativo al 14 marzo 2019.

Se si vuol davvero far ripartire il Mezzogiorno è dunque necessario investire nel lavoro delle donne.

Innanzitutto partendo dalle cause della bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro e partendo dall’analisi delle principali criticità (i differenziali territoriali tra il Meridione ed il resto del Paese, il conflitto tra professione e famiglia, la mancata presenza di servizi di conciliazione, le difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro con bassi livelli di istruzione, discriminazioni nel lavoro, nelle retribuzioni e nella carriera delle lavoratrici, la scarsa efficacia dei servizi per il lavoro invece per le laureate e per competenze elevate, l’insufficienza delle basi informative e statistiche ancora troppo neutre…), evidenziando, poi, quelle inattese, quelle diverse da quelle prevalenti in letteratura, facilitando le scelte di priorità, confrontandosi con chi ogni giorno accoglie le donne, le sostiene nelle discriminazioni, studia le problematiche di genere e si dimostra pronto a cambiare di passo. Solo così, con l’individuazione delle problematiche di genere possiamo definire obiettivi e risultati attesi finalizzati alle diverse criticità. Con riferimento a ciascun risultato atteso sono individuate specifiche azioni che ne potrebbero facilitare il conseguimento, ed indicatori idonei a misurare e valutare l’impatto reale per ciascuna categoria di intervento.

Si può certamente dire che se il tessuto produttivo è avanzato e innovativo e quindi fonda la sua competitività e produttività prevalentemente sull’innovazione, sulla sostenibilità, sulla competenza del capitale umano e sulla qualità dei prodotti e servizi che offre al mercato, sicuramente esistono molti spazi e anche la convenienza per le imprese di organizzare il lavoro in modo da garantire la soddisfazione dei lavoratori per poterli trattenere, anche con misure di welfare aziendale e conciliazione vita lavoro, in particolare quelle rivolte alle esigenze specifiche determinate dalla maternità. La disuguaglianza non può essere affrontata con i voucher[16], con gli attuali congedi di paternità e parentali[17], con servizi per l’infanzia pochi e costosi, con un orientamento scolastico più burocratico che formativo, con una formazione professionale regionale non all’altezza dei tempi, con gli stereotipi culturali ancora troppo presenti nella nostra società, con un’organizzazione rigida del lavoro.

È necessaria, davvero, una grande svolta che metta al centro la Parità di Genere. Avere più donne occupate non è solo un obiettivo di sviluppo e uguaglianza, ma di crescita economica, poiché i talenti, il capitale umano e la produttività delle donne hanno il potenziale di trasformarsi in valore economico.

Sicuramente restituire la dimensione del futuro, attraverso il lavoro, alle donne del Sud è la prima sfida che si deve affrontare.

Molte donne del Sud sono pronte e sanno di poter essere motore di cambiamento sociale e di sviluppo. Sono nate in questi anni esperienze straordinarie di donne (e giovani) che sono rientrati/e al sud (in particolare in Puglia grazie a misure mirate) per dedicarsi all’agricoltura sostenibile, al recupero del patrimonio culturale e naturale, all’industria creativa, alla scienza, donne che fanno della condivisione, del coworking delle idee e dei luoghi di lavoro, lo strumento più potente per cambiare questa terra così pregna di individualismo e di maschilismo.

La pandemia rischia di cancellare questo cambiamento, ecco perché è necessario monitorare attentamente i progetti e i fondi del Recovery Plan e del Piano per il Sud 2030. L’impatto di genere, richiesto anche dal comitato Colao, sulle misure che si andranno a finanziare diventa, in quest’ottica, importantissimo. È chiaro che se la gran parte dei finanziamenti va verso le infrastrutture (che pure sono importanti), ciò significherà avvantaggiare soprattutto l’occupazione maschile, se invece chiediamo all’Economia un cambio di passo, una care revolution, affinché si metta al centro “la Cura” che riguarda soprattutto le persone, ma anche le città, i territori, le periferie, l’ambiente, avremo operato una grande svolta economica e sociale.[18]

                                                                                             Serenella Molendini

                                                                                           Presidente A.P.S. CREIS

 (Centro Ricerca Europea per l’Innovazione Sostenibile)

        Consigliera Nazionale di Parità Supplente


[1] “Mai più invisibili. Indice 2020 sulla condizione di donne, bambini e bambine in Italia” realizzata da We World. 2020

[2] Rapporto Istat 2020

[3] Proposta della Sen. Valeria Fedeli

[4] INL – Rapporto Annuale sulle dimissioni da maternità e paternità. 2019

[5] Discorso tenuto da Papa Francesco al Pontifico Consiglio della Giustizia e della Pace (2014)

[6] Raporto Annuale  ISTAT 2020

[7] F. Trentini, R. Quaranta, C. Villosio: Se la crisi colpisce cameriere e commesse. InGenere. Maggio 2020

[8] Ebook “Per una Ri-costruzione del paese post Covid 19. Idee in movimento (a cura di S. Molendini), Ed. idea dinamica – luglio 2020

[9] S. Molendini, “Donne, Lavoro e Nuove Economie in Europa. Tra innovazione, Reciprocità e Sostenibilità”. Edito da Parlamento Europeo (Gruppo S&D), dicembre 2015

[10] Rapporto OECD, Cedefop, Greener  Skills and Job, 2014

[11] fonte: IV Rapporto sull’imprenditoria femminile, Unioncamere – luglio 2020

[12] L. Pero, L. Campagna, A. Marsala: Per un nuovo paradigma degli orari di lavoro, in Ebook “Per una ricostruzione post covid 19. Idee in movimento”. Luglio 2020 a cura di CREIS

[13] Cfr. George J. Borjas, Economia del lavoro, Edizione italiana a cura di Alessandra Del Boca, Daniela Del Boca, Lorenzo Cappellari, Alessandra Venturini, Brioschi, 2010, p. 323

[14] L.Campagna, L.Pero, A. Marsala-  idem

[15] Nel sud (in particolare in Puglia) dal 2014 al 2017, attraverso due importanti progetti nazionali di Italia Lavoro (oggi ANPAL)in collaborazione con Regione Puglia e Consigliera Regionale di Parità-  Lafemme ed Équipe 2020 – sono state effettuate molte sperimentazioni di innovazione organizzativa e welfare aziendale in piccole e medie aziende, attuando anche un percorso formativo innovativo per 20 giovani donne e uomini per “innovatori organizzativi per la conciliazione vita lavoro nelle aziende”.

[16] La Ministra per le Pari Opportunità, Elena Bonetti, ha annunciato l’assegno unico universale che già supererebbe la frammentazione dei voucher.

[17] Ci auguriamo che presto venga ratificata la Direttiva Europea del giugno 2019 relativa ai nuovi congedi di paternità e parentali.

[18] V.Maione, L’economia della Cura, in Ebook “La Ri-costruzione del Paese post Covid 19. Idee in movimento